Kerel

Kerel: il birrificio belga che ha resuscitato i propri lieviti dalle macerie

Kerel in fiammingo significa “tipo”, “ragazzo”, “uno che non si fa mettere i piedi in testa”. È un nome scelto con precisione: il birrificio è stato, è e rimane un affare di famiglia — no monks or big corporations in sight. Nessun ordine monastico, nessun gruppo industriale. Solo una famiglia delle Fiandre orientali e una storia che sembrava finita nel 1966 e che invece stava solo aspettando il momento giusto per ricominciare.

1867: nasce un birrificio, nasce una birra locale

Le radici del birrificio Verbeeck-Back affondano nel 1867, nel paese di Tielrode, in Belgio. Siamo nel Waasland, la regione delle Fiandre orientali che si estende tra il fiume Schelda e il confine con i Paesi Bassi — territorio agricolo, fiero, con una cultura della birra artigianale radicata quanto quella di qualsiasi altra provincia belga.
Fu Jules Verbeeck e Laura Back a dare forma alla birra che sarebbe diventata il simbolo del birrificio: la Kerel, brassata per la prima volta nel 1908. Verbeeck fu il primo birraio della zona a passare dall’alta fermentazione a una metodologia di produzione unica e personale, e alla fine divenne noto per la sua birra da tavola, la birra alla ciliegia e naturalmente la Kerel. Per quasi cento anni, il birrificio rimase uno dei più amati e indipendenti della regione settentrionale del Belgio.

1966: la generazione ribelle che chiuse tutto

Il birrificio passò di generazione in generazione fino al 1966, quando quella generazione decise di andare in una direzione diversa. Il birrificio chiuse, e il vecchio edificio in mattoni cadde in rovina.
La Kerel sparì. Tutto quello che era stato prodotto sembrava perduto per sempre, incluse le ricette e — soprattutto — i ceppi di lievito originali. Nel mondo della birra artigianale belga il lievito non è un dettaglio tecnico: è l’identità. Cambia il lievito, cambia la birra. Senza lievito originale, resuscitare una birra storica significa sostanzialmente inventarne una nuova con lo stesso nome.

2015: la bottiglia intatta sotto le macerie

Quarantanove anni dopo la chiusura, nel 2015 una nuova generazione decise che era tempo di riportare il birrificio alla sua gloria originale. Il fratello e la sorella Jozef e Charlotte De Cock acquistarono il birrificio e si misero al lavoro per ripristinarlo — impresa tutt’altro che semplice, dato che i venditori consideravano la struttura praticamente da demolire e ricostruire da zero.

Ma fu in quello stesso momento che accadde qualcosa di straordinario. In uno degli scantinati dove tutto era distrutto, fu ritrovata una bottiglia di Kerel originale perfettamente intatta, sepolta sotto un cumulo di macerie. La bottiglia fu subito analizzata da esperti per identificare e isolare il ceppo di lieviti originali usato dalla famiglia Verbeeck-Back — e quei lieviti, dopo quasi cinquant’anni, tornarono in vita nelle nuove birre. Non è marketing. È microbiologia applicata alla memoria storica.
Il duo restaurò il birrificio e lo riaprì nel giugno 2017 con il nuovo nome Verbeeck-Back-De Cock, abbreviato semplicemente in VBDCK.

La filosofia: tradizione belga, nessun limite di stile

VBDCK non produce le solite birre belghe artigianali per turisti del craft beer. Pur abbracciando la straordinariamente ricca tradizione brassicola belga, il birrificio si rifiuta di esserne limitato. Il risultato è una gamma che spazia dagli stili classici a quelli più contemporanei, con una coerenza di visione rara.
Il motto interno è eloquente: “no monks or big corporations in sight” — nessun monaco, nessuna multinazionale. Solo birra artigianale belga fatta da chi quel birrificio lo ha letteralmente dissotterrato.

Le birre Kerel: la gamma

Kerel IPA — birra belga dal colore ambrato, con il classico gusto pungente dei luppoli e una gradazione alcolica moderata. Prodotta con i migliori luppoli che, nonostante la caratteristica amara, garantiscono una bevuta sorprendentemente facile e dissetante. È una Belgian IPA — il connubio tra luppolatura americana e lievito belga, aromatica e speziata insieme.

Kerel Saison — lo stile contadino belga per eccellenza. Birra bionda brassata nei mesi invernali per essere gustata in estate. Sapore fruttato con sentori di lievito e note aspre, con un finale piacevolmente amaro. Perfetta per aperitivo o abbinata a pesce e formaggi freschi.

Kerel Bière de Garde — uno stile antico riportato alla ribalta negli ultimi anni. Le bière de garde venivano fatte fermentare in inverno e primavera, conservate in tini di legno per la rifermentazione, e poi consumate durante tutto l’anno. La versione Kerel si presenta color rame, con sapore maltato, un tocco di caramello e una gradazione importante — complessa e piena di paradossi.

Kerel Dark IPA — la combinazione del gusto dolce delle birre brune all’aroma fresco e luppolato dello stile IPA. Il colore scuro è dato dall’orzo tostato e dal malto scuro, che ne rendono il sapore più intenso rispetto alla versione bionda.

Kerel Stout — birra dal colore marrone intenso con aromi tostati tipici dello stile, con note di caffè e cioccolato. Da meditazione, o da abbinare a dolci al cioccolato e carni rosse saporite.

Kerel Kaishaku — la referenza più estrema della gamma. Una birra al 15% di gradazione alcolica arricchita con un lievito giapponese. Il nome viene da un termine samurai: la spada secondaria usata per il colpo di grazia. Il messaggio è chiaro.

Un premio per il design, non solo per la birra

Durante i World Beer Awards 2018, l’intera gamma Kerel ha vinto il premio nella categoria “World’s Best Range Design”. Non è un dettaglio secondario: significa che Kerel ha costruito un’identità visiva coerente e riconoscibile a livello internazionale — qualcosa che pochissimi birrifici artigianali belgi possono vantare.

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