Bosteels

Bosteels: il birrificio belga del cocchiere, del monaco e dello champagne

Ci sono birrifici che producono una birra iconica. Bosteels ne ha tre — e ognuna ha una storia che basterebbe da sola a costruire un’identità di marca.

La storia della Bosteels inizia a Buggenhout, un piccolo comune a metà strada fra Bruxelles e Anversa, quando Jean Baptiste Bosteels, nel 1791 — ben 39 anni prima della nascita dello Stato del Belgio — acquista una fattoria dove la famiglia inizia a produrre birra. Da quel momento, sette generazioni si succedono alla guida del birrificio senza mai cedere il controllo, attraversando indenne due guerre mondiali e la massiccia industrializzazione del mercato birrario belga.

Storia del birrificio Bosteels

Le strutture abitative dei proprietari e i loro interni furono progettati dall’architetto Luis Minard, noto per aver costruito il Minard Theatre di Gand nel 1859. Non è un dettaglio secondario: Bosteels non è mai stato un semplice produttore di birra, ma una famiglia che ha costruito la propria identità attorno a Buggenhout con la stessa cura con cui costruiva le proprie ricette. Nel corso delle varie generazioni, tre membri della famiglia hanno ricoperto la carica di sindaco di Buggenhout.

Leon Bosteels, nipote del fondatore, prese in mano l’azienda nel 1938 e per oltre cinquant’anni, insieme alla moglie Adrie van Eecke, rilanciò il birrificio rendendolo uno dei più famosi delle Fiandre, raggiungendo le città di Anversa, Gent e Bruxelles. Fu lui a costruire la vera infrastruttura industriale che avrebbe permesso alle generazioni successive di portare le birre Bosteels fuori dai confini belgi.
Il cambio di passo vero arriva con Ivo Bosteels — sesta generazione — e con suo figlio Antoine. Negli anni Ottanta fu Ivo a dare nuovo impulso al birrificio con la produzione della birra Kwak, che diventò famosa non solo per il successo commerciale ma anche per il caratteristico bicchiere a clessidra. Negli anni Novanta arrivò la Tripel Karmeliet. Nel Duemila la Deus. Tre birre iconiche in vent’anni — un ritmo creativo che pochi birrifici della stessa dimensione possono vantare.
Con una produzione di 145.000 ettolitri nel 2015, di cui il 55% destinato all’esportazione, la Brouwerij Bosteels era diventata una delle prime dieci birrerie belghe. Nel 2016 Antoine Bosteels — settima generazione — cede il birrificio ad Anheuser-Busch InBev, con la garanzia contrattuale che le ricette e i metodi produttivi vengano preservati integralmente. Le tre birre continuano ad essere prodotte a Buggenhout, con gli stessi standard qualitativi che ne hanno costruito la reputazione mondiale.

Filosofia del birrificio

Bosteels realizza solo tre birre, sviluppate alla perfezione, piuttosto che produrre un’ampia gamma di fermentati mediocri, impiegando acqua proveniente da un pozzo profondo 60 metri e adoperando un lievito specifico per ognuna di esse. 
La scelta di concentrarsi su pochissime referenze è rara e coraggiosa nel panorama delle birre belghe artigianali, dove la proliferazione di etichette è la norma. Bosteels ha scelto la profondità sulla quantità — e il mercato ha risposto con decenni di riconoscimenti internazionali.

Le birre iconiche del birrificio Bosteels

Pauwel Kwak — la birra belga più riconoscibile al mondo per il suo contenitore. La storia inizia nel 1791, a Buggenhout, nella taverna De Hoorn di un oste di nome Pauwel Kwak. A quei tempi ci si spostava in carrozza e i cocchieri erano obbligati, da una legge napoleonica, a rimanere sulla diligenza mentre i passeggeri entravano nelle taverne a dissetarsi. Kwak, che non aveva intenzione di perdere metà della sua clientela, fece fabbricare bicchieri dal collo alto e sottile — afferrabili anche con i guanti — con un supporto in legno che si agganciava alla carrozza, così i cocchieri potevano bere seduti al loro posto.

Negli anni Settanta Ivo Bosteels riscoprì questa storia, riprodusse il bicchiere con il suo supporto e riprese la produzione della Kwak come birra commerciale. La Belgian Ale fu ufficialmente registrata nel 1980. Oggi è una delle birre belghe più esportate al mondo — e il bicchiere a clessidra con staffa in legno è diventato un oggetto da collezione in decine di Paesi.
Sul profilo: colore ambrato chiaro, schiuma cremosa color crema, densa e consistente. Al naso sentori delicati di frutta e malto con un tocco speziato di coriandolo e luppolo. In bocca dolce e fruttata, con un retrogusto di banana caramellata e un finale amarognolo piacevole. Una Belgian Strong Ale all’8,4%, beverina nonostante la struttura.

Tripel Karmeliet — la birra che ha portato Bosteels all’attenzione del mondo. La ricetta risale al 1679 ed è stata ritrovata nella biblioteca del monastero carmelitano di Dendermonde. Brassata con tre cereali distinti — orzo, frumento e avena — viene prodotta in alta fermentazione, non filtrata e rifermentata in bottiglia. Il nome Karmeliet deriva proprio dai monaci Carmelitani; Tripel non indica tre fermentazioni, come spesso si crede, ma è l’appellativo tradizionale belga per le birre ad alta gradazione.
I tre cereali svolgono funzioni precise e complementari: l’avena dona morbidezza e rotondità, il frumento aggiunge leggerezza e contribuisce alla schiuma, il malto d’orzo porta struttura e dolcezza. Il risultato è un colore dorato con riflessi bronzati e una schiuma bianca cremosa. Al naso note di vaniglia, banana e lievito con aromi di agrumi di luppolo Styrian. In bocca i cereali si sovrappongono alle note luppolate in una consistenza asciutta e cremosa insieme, con un finale lungo dove emergono malto tostato, banana e pesca acerba. All’8,4% di gradazione, vince il titolo di Migliore Ale al Mondo ai World Beer Awards nel 2008.

Deus Brut des Flandres — il progetto più ambizioso di Ivo Bosteels e il più difficile da classificare. La DeuS nasce da una prima fermentazione in Belgio con due tipi di lievito lasciati agire per oltre un mese nelle cantine del birrificio. Per le fasi successive — seconda fermentazione e maturazione — la birra viene trasportata in Francia, nella zona di Epernay, in Champagne, dove viene imbottigliata e affinata per nove mesi con il metodo champenoise.

Il risultato è una birra che non appartiene a nessuna categoria preesistente: non è Champagne, non è la tipica birra belga artigianale forte, è qualcosa di intermedio e irripetibile. Profumo complesso e fruttato con note di lievito, perlage fine ed elegante, retrogusto secco. Da servire in flûte, come uno spumante di pregio.

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