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La risposta onesta è: non molto, in termini di stile o di profilo aromatico. Quello che le accomuna è una scelta editoriale — sono birre che non rientrano comodamente in una categoria standard, o che rientrano in una categoria ma la interpretano in modo così personale da meritare un posto a parte.
Ci sono le Rauchbier affumicate che la prima volta disorientano e la seconda fanno capire perché esistono da secoli. Ci sono le Gose con ingredienti tropicali che sembrano cocktail e invece sono birre vere, con una struttura fermentativa precisa. Ci sono le Imperial Stout in botte di whisky che si bevono in 20cl come un distillato. C’è il Delirium Tremens — quella con gli elefantini rosa — che in Belgio viene servita nei bicchieri da collezione e che i turisti comprano convinti sia una curiosità e poi ci tornano. C’è la Bush Frambush da 8,5% che è tecnicamente una birra al lampone ma non assomiglia a nessuna birra al lampone che tu abbia mai bevuto.
Il denominatore comune, se esiste, è che ognuna di queste birre ti chiede qualcosa in cambio dell’attenzione. Non si bevono distrattamente.
Nel linguaggio del marketing birrario “particolare” è diventato quasi un termine vuoto — lo usano per birre che hanno semplicemente un’etichetta colorata o un nome bizzarro. Qui intendiamo qualcosa di più specifico.
Una birra è davvero particolare quando il suo profilo aromatico ti costringe a fermarti. Quando il primo sorso non corrisponde a nessuna aspettativa che avevi. Quando hai bisogno di qualche minuto prima di capire se ti piace o meno — e poi realizzi che la domanda è diventata irrilevante, perché quello che stai bevendo è comunque interessante indipendentemente dalla risposta.
Le birre affumicate sono l’esempio più estremo: il primo approccio è spesso di rifiuto — “sa di speck, non è quello che mi aspettavo da una birra” — e poi, qualche sorso dopo, inizia a succedere qualcosa. Lo stesso vale per le birre acide più complesse, per le Imperial Stout da 13° in botte di porto, per le Gose con ingredienti insoliti che bilanciano salinità e acidità in modi che sembrano impossibili.
Il consiglio pratico è usare i filtri per gradazione e per gusto — sono più utili del filtro per stile in questa categoria, dove gli stili si mescolano. Se vuoi qualcosa di esplorativo ma non estremo, punta sulle birre tra i 6° e gli 8° con gusto “acida” o “corposa”. Se sei pronto per l’estremo, vai direttamente sulle birre sopra i 10° o sulla sezione barrel aged che si sovrappone parzialmente a questa categoria.
Un’altra strada è affidarsi alle recensioni — le birre più strane del catalogo sono spesso quelle con più recensioni polarizzate, il che di solito è un buon segnale che vale la pena provarle.
Non è una lista esaustiva — le birre “da manicomio” arrivano da tutto il mondo e da produttori molto diversi tra loro. Ma alcuni nomi tornano con più frequenza di altri.
Delirium — il birrificio belga Huyghe produce la gamma Delirium, con il Tremens e il Nocturnum come punte di diamante. Sono birre belghe forti con un carattere e un’identità visiva inconfondibili — gli elefantini rosa non sono solo marketing, sono diventati un simbolo del fatto che una birra può prendersi sul serio senza prendersi troppo sul serio.
Deschutes — il birrificio di Bend, Oregon, che produce The Abyss in diverse versioni e annate. Quando una birra viene invecchiata in botti diverse e rilasciata in edizioni limitate identificate per anno, non è più solo una birra — è un progetto.
Collective Arts — birrificio canadese che collabora con artisti visivi per le etichette e con birrai internazionali per le ricette. Le loro Gose e Sour fruttate sono tra le birre più creative del catalogo.
Antikorpo — birrificio artigianale italiano con una produzione orientata agli stili insoliti. La Rauch’N’Roll affumicata e le versioni più sperimentali della gamma finiscono regolarmente in questa categoria.
Bush/Dubuisson — il birrificio belga che produce la Bush Frambush da 8,5% al lampone. Non è una birra fruttata nel senso convenzionale — è una Belgian Strong Ale con lampone che ha una struttura e una profondità che la maggior parte delle “birre al frutto” non ha.
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