Dalle Fiandre Orientali, De Glazen Toren porta avanti una delle tradizioni brassicole più antiche del mondo — cultura brassicola belga riconosciuta persino dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. Nata dall’ostinazione di due amici che hanno lasciato la scrivania del municipio per il mestiere di birrai, oggi esporta l’80% della sua produzione in tutto il mondo, Italia inclusa.
Le Fiandre non sono diventate sinonimo di grande birra per caso. Qui, tra abbazie che fermentavano già nel Medioevo e una densità di birrifici che il resto d’Europa fatica a eguagliare, si sono scritte le regole di stili che oggi si bevono ovunque — Saison, Tripel, Witbier, Lambic. Nel 2016 l’UNESCO ha riconosciuto la cultura birraria belga come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità: non un premio di marketing, ma la certificazione di un sapere tramandato per secoli, fatto di acqua, luppolo locale e pazienza.
La storia comincia in modo insolito. Nel 1988, un matematico che fa l’assessore comunale e un avvocato appena nominato segretario si incrociano nei corridoi del municipio di Erpe-Mere e scoprono di condividere la stessa ossessione: la birra. Le prime cotte casalinghe da 50 litri sono deludenti, ma i due capiscono presto che l’entusiasmo da solo non basta — si iscrivono a un corso triennale di birrificazione all’istituto CTL di Gand, e ne escono birrai veri.
Nel 2004 apre ufficialmente De Glazen Toren, “la torre di vetro”, con la Saison d’Erpe-Mere come prima birra mai prodotta.
Oggi quell’ostinazione ha portato il birrificio ben oltre i confini belgi: l’80% della produzione viene esportato in tutto il mondo. E l’Italia è dichiarata esplicitamente tra i mercati più importanti — insieme a Stati Uniti, Giappone e Paesi scandinavi.
La Saison d’Erpe-Mere è la prima nata, e ancora oggi la più premiata: eletta “miglior Saison belga” nel 2019 dal quotidiano Het Nieuwsblad, ha un carattere agrumato, un amaro fine e una carbonazione vivace che la rende irresistibilmente dissetante.
La Ondineke, tripel da 8,5%, è stata scelta dalla città di Aalst come propria birra ufficiale — prende il nome da una figura del folklore locale e usa luppolo coltivato proprio nei dintorni della città.
La Jan De Lichte, witbier da 7,5%, si allontana dagli standard leggeri dello stile: aroma speziato e di pompelmo, un tocco di coriandolo, e un corpo più strutturato del previsto.
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