
C’è un modo semplice per capire quanto la birra americana abbia cambiato il mondo: chiediti quante IPA italiane, belghe, inglesi o giapponesi esistono oggi. Migliaia.
E tutte esistono perché negli anni ’80 un gruppo di birrai californiani ha deciso che la birra poteva sapere di pompelmo, pino, mango e frutto della passione invece che di cereale neutro.
Quella rivoluzione ha un nome preciso: craft beer americana. E ha dei protagonisti precisi.
Questi sono i cinque birrifici che l’hanno costruita — quelli che ogni appassionato dovrebbe conoscere, con una storia alle spalle che vale tanto quanto le birre che producono. Li trovi tutti nel catalogo BDM.
1. Sierra Nevada — Chico, California (1980)
La storia
Ken Grossman non era un imprenditore. Era un homebrewer appassionato che nel 1976 aveva aperto un negozio di articoli per chi faceva birra in casa a Chico, California. Nel 1980, con il socio Paul Camusi e un prestito da amici e parenti, affitta uno spazio di meno di 300 metri quadrati e compra attrezzatura usata da ristoranti e cantine. Il nome viene dalle montagne della Sierra Nevada, dove Grossman andava a fare escursionismo.
La Sierra Nevada Pale Ale esce nel 1980 ed è immediatamente diversa da qualsiasi birra americana esistente. Il motivo è un luppolo che fino a quel momento nessuno usava in modo così aggressivo: il Cascade. Profuma di pompelmo, agrumi, resina — qualcosa che gli americani non avevano mai assaggiato in una birra. La domanda supera la produzione così rapidamente che nel 1987 sono costretti a trasferirsi in un impianto molto più grande. Sierra Nevada è ancora indipendente, ancora di famiglia, ancora a Chico.
Il luppolo Cascade che Grossman ha reso celebre è oggi la base di partenza per migliaia di birre artigianali in tutto il mondo. Senza Sierra Nevada, probabilmente non esisterebbe il concetto stesso di IPA moderna.
Le birre
La Sierra Nevada Pale Ale è la birra che ha cambiato tutto. Ambrata, con il profumo immediato del Cascade — agrumi, resina, un tocco floreale — e un finale amaro pulito. Non è la più estrema del catalogo, ma è quella che capisce chi è Sierra Nevada in un sorso.
La Sierra Nevada California IPA è la versione contemporanea della stessa filosofia: più luppolata, più aromatica, con le tecniche moderne applicate alla tradizione West Coast. Secca, resinosa, amara nel modo giusto.
→ Sierra Nevada Pale Ale | Sierra Nevada California IPA
2. Cigar City — Tampa, Florida (2009)
La storia
Joey Redner non viene dal mondo della produzione — era un giornalista di birra per il Tampa Bay Times. Nel 2007 decide di aprire il suo birrificio a Tampa, Florida, e assume come birraio principale Wayne Wambles. Il primo batch esce il 30 gennaio 2009: una Maduro Brown Ale, ispirata ai sigari cubani che storicamente si producevano a Tampa nel quartiere Ybor City.
Da quel momento Cigar City cresce a una velocità anomala. Il motivo è uno stile preciso e riconoscibile: IPA tropicali che enfatizzano frutta esotica, agrumi e resina invece dell’amaro vegetale più tradizionale. Uno stile che riflette il territorio — la Florida, il caldo, la latinità di Tampa. In dieci anni il birrificio arriva a produrre 170.000 barili all’anno e distribuisce in 39 stati. Dal 2016 fa parte di un collettivo craft insieme a Oskar Blues.
La Jai Alai — il nome viene da uno sport basco molto popolare a Tampa — diventa rapidamente una delle IPA più riconoscibili degli Stati Uniti.
Le birre
La Cigar City Jai Alai è la birra simbolo: 7,5%, IPA con note intense di pompelmo, pino e frutta tropicale, amaro deciso ma bilanciato. È la misura di riferimento per capire cosa intende Cigar City per IPA.
La Cigar City Guayabera è la versione più accessibile della stessa filosofia: 5,5%, American Pale Ale con luppolo Citra che porta mandarino, lime e una secchezza caraibica. Perfetta come aperitivo, bevibile in qualsiasi contesto.
La Cigar City Florida Man è per chi vuole tutto al massimo: più gradazione, più luppolo, più intensità. Il nome è un riferimento all’umorismo americano sul proprio stato, noto per le sue notizie di cronaca surreali.
La Cigar City Maduro è l’opposto di tutto il resto della gamma. Brown Ale ispirata ai sigari cubani di Tampa: tostata, morbida, con note di caramello e cacao. Zero luppolo spinto. La birra giusta per chi vuole esplorare Cigar City in direzione diversa.
→ Jai Alai | Guayabera | Florida Man | Maduro
3. Deschutes — Bend, Oregon (1988)
La storia
Deschutes nasce nel 1988 come brewpub a Bend, una piccola città dell’Oregon sul fiume Deschutes, in mezzo alle montagne della Cascades. Gary Fish la fonda con l’idea di servire birra fresca ai clienti del pub — niente di più. Trent’anni dopo è uno dei birrifici artigianali più rispettati al mondo, con distribuzione in 28 stati e diversi paesi.
La svolta arriva con le Imperial Stout barrel aged — birre invecchiate in botti di bourbon, porto, brandy e vino che sviluppano una complessità impossibile da ottenere in altro modo. The Abyss, il loro prodotto più celebre, viene rilasciato ogni anno in edizione limitata con un’annata diversa. Ogni bottiglia porta la data di produzione e invecchiamento in botte — un approccio da cantina vinicola applicato alla birra.
Deschutes ha dimostrato che la birra artigianale americana non era solo IPA luppolate, ma poteva competere con i prodotti più complessi al mondo anche nelle categorie scure e da invecchiamento.
Le birre
The Abyss è una Imperial Stout da 11% invecchiata in botti di bourbon, porto e brandy. Ogni annata è diversa, ogni bottiglia è numerata. Note di cioccolato fondente, liquirizia, caffè, vaniglia e frutta secca che si stratificano nel bicchiere man mano che si scalda. Non si beve — si degusta. In catalogo trovi le annate 2015 e 2016 della Reserve, che con il tempo in bottiglia hanno sviluppato una profondità ulteriore.
Il Black Butte Cubed 2020 è la versione triplicata della loro Black Butte Porter classica: più malto, più gradazione, più invecchiamento in botte. Un’altra dimostrazione di cosa succede quando Deschutes decide di spingere un concetto fino al limite.
→ The Abyss Reserve 2015 | The Abyss Reserve 2016 | Black Butte Cubed 2020
4. AleSmith — San Diego, California (1995)
La storia
AleSmith nasce nel 1995 a San Diego, fondata da Skip Virgilio e Ted Newcomb. Nel 2002 Peter Zien — Grand Master level 1 del BJCP, il sistema di certificazione per giudici di birra, l’unico con quel titolo nella contea di San Diego — acquista l’azienda e ne diventa il birraio principale. Da quel momento la qualità sale in modo netto.
San Diego è la capitale mondiale della West Coast IPA: secca, resinosa, con un amaro pulito e definitivo. AleSmith ne è uno dei protagonisti assoluti — le loro birre compaiono sistematicamente nelle classifiche mondiali. Nel 2006 e nel 2013 RateBeer li incorona miglior birrificio al mondo. Nel 2008 vincono come Small Brewing Company of the Year al Great American Beer Festival.
Nel 2015 ampliano il birrificio con una taproom da 2.300 metri quadrati — la più grande della contea di San Diego. Rimangono indipendenti.
Le birre
La AleSmith Tropical Party Tricks che trovi in catalogo è una New England IPA — uno stile diverso dalla West Coast classica di San Diego: corpo morbido e cremoso, torbidità caratteristica, aromi di frutta tropicale molto intensi con un amaro contenuto. Dimostra come AleSmith sappia uscire dalla propria zona di comfort senza perdere la qualità che li definisce. Note di mango, frutto della passione, ananas — una birra immediata e molto aromatica.
→ AleSmith Tropical Party Tricks
5. Founders — Grand Rapids, Michigan (1997)
La storia
Mike Stevens e Dave Engbers si incontrano alla festa delle matricole dell’Hope College di Holland, Michigan. Finiscono nella stessa confraternita. Mike è già un homebrewer appassionato e trascina Dave nella sua ossessione. Nel 1996 acquistano la John Pannell Brewing, la rinominano Canal Street Brewing in omaggio alla strada storica di Grand Rapids dove sorgevano le birrerie dell’Ottocento. Le bottiglie riportano in etichetta la parola “Founders” — i clienti pensano che sia il nome del birrificio, e i due decidono di adottarlo ufficialmente nel 1997.
I primi anni sono quasi fatali. Gli affari non vanno, rischiano di chiudere più volte. La svolta arriva quando smettono di fare birre pensate per il mercato di massa e iniziano a fare esattamente le birre che vogliono bere loro — intense, complesse, senza compromessi. La filosofia diventa il loro marchio: “brewed for us”. Da quel momento non si fermano più.
Oggi Founders è il quindicesimo birrificio più grande degli Stati Uniti, con distribuzione in 37 stati. La maggioranza è di proprietà di Mahou San Miguel — lo stesso gruppo spagnolo che produce l’Estrella Mahou.
Le birre
La Founders Mortal Bloom in catalogo è una Hazy IPA con profilo aromatico tropicale — frutta esotica, pesca, agrumi — corpo morbido tipico dello stile New England e un amaro contenuto. Una birra beverina e molto aromatica che rappresenta il lato più accessibile di Founders.
Ma la storia di Founders si racconta con due birre che dovresti conoscere anche se non sono sempre disponibili: la Breakfast Stout — double oatmeal coffee stout da 8,3%, nata letteralmente da un chicco di caffè al cioccolato offerto al barista della taproom — e la KBS (Kentucky Breakfast Stout), la versione invecchiata in botti di bourbon della stessa ricetta, rilasciata ogni anno in quantità limitatissima e tra le stout più attese al mondo.
→ Founders
Cinque storie diverse, un filo comune
Sierra Nevada ha inventato il linguaggio. Cigar City l’ha portato sotto il sole della Florida. Deschutes l’ha trasformato in arte da invecchiamento. AleSmith l’ha portato alla perfezione tecnica. Founders ha dimostrato che si può quasi fallire e poi diventare leggendari — basta smettere di fare birre per gli altri e iniziare a farle per sé.
Tutto il catalogo americano è qui.


